Elia è nato ieri notte, poco prima dell’una. Dalla finestra della sala parto si vedeva il campanile della chiesa. Ora non so se quanto scrivo è stato un mio sogno o è accaduto realmente. Quando me l’hanno portato, dopo averlo lavato ed avvolto, pareva dormisse.
Così piccolo, così da un altrove…
C’era un piccolo albero di Natale, lì vicino, che splendeva di luci e piccole stelle.
I miei occhi si sono riempiti di lacrime, l’ho stretto a me.
Piccolo tesoro, amore mio, amore mio…sei solo caduto, solo caduto,… nella Storia e nel Tempo…dormi, tesoro mio, dormi, non ti accadrà nulla, presto ritornerai…
Sergio, 20 dicembre 2005, autografo dal “Libro della Vita”, libro di saluti e commenti ad uso degli ospiti, sale parto Ospedale “Vittore Buzzi”, Milano
Che dire? Era quel tipo di ebreo che,
ai piedi del monte Sinai mentre l'Eterno
parlava al popolo di Israele, non avrebbe "visto" (come dice la
Scrittura) le Sue parole nel cielo perchè intento
a guardare il culo di una Rebecca
qualunque.
Nè le avrebbe udite, poichè intento
a fischiettare un motivetto lascivo,
la mente ed il cuore sempre
al suddetto culo.
Jutta von Spanheim "Lo sposo ebreo" (trad. dal tedesco)
...vedi il Diavolo come è accorto, non gli interessano gli atti plateali... piuttosto prende da noi stessi piccole verità ed imprime loro una leggera torsione... allora alcuni tra noi, con qualunque loro azione, immaginando, amando, soffrendo, alzando i calici, maledicendo, provando gioia nella carne, nei nervi, nel cuore, piangendo lacrime la cui profondità ed il cui perchè nessuno può dire...alcuni tra noi lucidano, minuto dopo minuto, senza sosta, la punta di una lancia d’oro. Giorno dopo giorno, la lancia trasfigura in Luce, in pura Luce, piccolo Sole al colmo dell’asta. Con quel dardo, un giorno, un giorno lontano ma certo, in questa od in un’altra vita, essi trafiggeranno il cuore di coloro che amano.
Pierre Teilhard De Chardin "Lettere a Jean", Pechino 1934
Lo incontrai l’ultima volta al Parco di Glen, ricordo. Fine ottobre.
Sapevo che stava lavorando a qualcosa.
“Se tutto va come deve – mi disse toccandomi con fiducia, con affetto, il braccio -tra un mese ne combino una, al Grande Vecchio, che se la ricorda. Questa volta non so se si riprenderà”.
Aveva riso.
Si riferiva, avevo subito inteso, al suo libro: aforismi, piccoli saggi, pensieri illuminanti e distruttivi, come ne “L’anno della Sentinella”.
Due settimane dopo - ero già tornato in Australia - mi scrissero che, per la rottura di un aneurisma, era morto.
M. Baghdatis, “Melbourne”, Castelvecchi 2003
…che la vita è una sfida…ma basta non raccoglierla, gli faccio…
conversazione tra due passanti, mezzanino MM Precotto, Milano, 2002
"...sono felice di scriverti. Mi chiedi come mi sento.
Ebbene dopo tanti anni di studio, di viaggi, di frequentazioni umane,
mi sento come l'altro ladrone, quello che Gesù non ha salvato,
quello a cui non ha promesso, per quella sera stessa, il Paradiso.
Lui ha appena pronunciato quelle parole.
In pochi minuti, violenta e
profonda, verrà l'agonia...
Il mio viso è caduto a destra, sulla spalla, non può rialzarsi,
il corpo appeso si inarca,
le dita si aprono verso l'alto...
Cosa potrò mai più dire, ora, una parola, un gesto,
perchè Egli salvi anche me?"
Pierre Teilhard De Chardin "Lettere a Jean", Pechino 1934
Cancellate il mio nome dall’elenco dei viventi, toglietelo dalla liste della Terra! Scompaia la stella opaca e distorta sotto la quale nacqui…fu mai viva, nel nero dell’Universo, nei milioni delle mie vite, mentre battevano i colpi di maglio delle Ere?
Togliete il mio nome dalle liste della Terra! Dividetemi da lui! E vengano per questo, se esistono, angeli dall’ala d’acciaio, angeli che non annuncino e che non lodino, ma che uccidano, che tolgano finalmente dalla realtà.
Come ricordo il giorno in cui gridai questa preghiera.
La città, grigia, fredda, esalava le sue onde di disordine.
Quanti erano morti quel giorno, e Yosse con loro, erano già saliti oltre la linea dei tetti. Trasparenti, il viso immobile, gli occhi aperti senza vedere, il profilo ancora riconoscibile, dolce, unico.
Esseri. Amati. Linee di fumo che salivano ancora più in alto, nel cielo, più in su, più in su, a raggiungere quel Fuoco che dall’alto tutto sostiene, tutto riassorbe e poi getta ancora nel Tempo, in nuove forme.
Il farsi di Dio, o la sua inerzia, il suo degradare dopo il fallimento, la creazione dei mondi.
Come crediamo noi, senza fede, al centro del nostro essere.
Noi sappiamo.
Yosse Lipschitz, mio figlio. Nove anni.
Alla fine non raccoglievano più immagini le sue iridi, quegli occhi d’oro in cui tante volte mi ero cercato.
“Non vedo più niente, papà” erano state le sue ultime parole.
La malattia aveva teso, incurvato i tendini e le ossa, il suo viso da bambino pareva , nella lotta del corpo,intrepido come quello di un eroe.
Anna, sua madre, stava su di lui ogni giorno. La sorprendevo a volte con il palmo della mano sospeso ed aperto sul corpo del bambino, come provasse con quel gesto a togliere da lui, senza riuscirci, il male.
Quando tutto fu finito, io corsi fuori dall’Ospedale, corsi per la città ed alzai gli occhi al cielo, dove vidi Yosse e gli altri.
Anna avrà guardato il bimbo morto, si sarà unita a lui, sangue del suo sangue, un’ultima volta,nel silenzio.
Avrà piegato le sue cose, pensato al tempo, alla terra.
Ci lasciammo, dopo pochi mesi.
La colpa di non essere riusciti a trasformarsi, di non avere compreso.
Nessuna colpa.
Io abbandonai ogni cosa, cercai di non essere più nulla, il niente che ero anche prima, il niente che sono sempre stato, il niente che è ogni cosa.
Lasciai lo studio professionale, affidai la gestione delle proprietà lasciate da mio padre e mia madre.
Vivere. Vedere.
Per questo, scrivervi.
Dalla mia mano le cose entrano in me, non ne escono per raggiungere voi.
Ed io esisto, in un modo più accettabile, come chi prega o chi maledice.
Vi parlerò solo per frammenti.
Non ho la forza di un discorso più grande, di una forma.
Nessun scudo, nessun segno, se non la runa del niente, sarà mai alto sulle mie parole.
Arno Lipschitz "Yosse e il grande fuoco", Giuntina 2001
Alla cena della Comunità Ebraica aveva parlato a lungo con Lily, la figlia di quello scrittore di teatro. Doveva esserle parso impossibile che lui, dopo una lunga conversazione su Rabbi Elia Benamozegh, Aryeh Kaplan e la scrittura musicale dei canti sinagogali avesse riconosciuto il tipo di scarpa Jimmy Choo che lei indossava,con i tacchi in plexiglass.
Da lì non avevano parlato che di scarpe femminili (Lily ne possedeva più di un centinaio), con qualche allusione salace che lasciava intravvedere, per entrambi, una vita sessuale, diciamo così, articolata… con, peraltro, una forte tendenza all’idolatria, certamente disdicevole! Cosa poteva pensare l’Eterno di quella conversazione? si era chiesto alzando sorridendo l’ennesimo calice, il liquido color rubino contro la luce immensa dei grandi lampadari.
Dove terminerà mai, il cammino dell'Uomo? Anche questo si era chiesto, ma nel suo essere la domanda si era immediatamente fusa con l'immagine di un sandalo aperto di Manolo Blahnik che lo faceva impazzire.
Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, o Sulamita....stava, in fondo, scritto anche nel Libro.
Alla fine della cena, dietro richiesta, il cantore della Tiferet Israel aveva intonato il Kol Nidrè. Le parole cantate si alzavano come limpide colonne d'argento, oltrepassavano tutto, fendevano il tetto della sala, toccavano il cielo, le stelle, più su, ancora più su... Lui aveva pianto, lì e poi di nuovo a casa…
D. Magnat “Noi non restituiremo”, Giuntina 2003
...vivere è in fondo correre veloce su una landa ghiacciata...
una slitta trainata da una muta di cani...
quando sei giovane il loro pelo è lucido, i loro occhi
azzurrobianco... corri, nell'aria di cristallo...
ogni tanto tu gli sferzi con il lungo nerbo nero e con un grido
che risuona bello e forte verso il cielo... con il tempo
la muta rallenta, i cani si fanno più grassi, nel loro pelo
opaco si aprono chiazze e piaghe di pus...le orecchie ricadono
il loro respiro è acre e pesante e tu lo senti, come una nuvola... la slitta si ferma,
i cani ansimano... si girano verso di te... gialli denti scheggiati...
occhi di glaucoma... vengono a te e tu non puoi, non vuoi fare più niente...
solo aspettare... rodono i tuoi stivali, le caviglie, con una ferocia così
profonda che non appare... tu hai freddo e speri che arrivino presto a spaccare
a morsi il cuore....
Dagmar Harskjold "Notti polari" Iperborea 1989
...si sentiva come se la sua gioventù, così lontana, ardita e piena di ideali, avesse un giorno vomitato, per puro disgusto verso le condizioni dell'uomo, degli astri, delle galassie, del Tempo (povere baracche scasse e cigolanti anche loro) l'età matura che ora egli stava vivendo...
I.P. Stoican "Vita e storie di Rafael Nadal", Madrid 2004
…un giorno,disse loro, incontrerete Dio e, tanto sarete ancora incazzati, farete finta di non salutarlo, andando oltre.
A schiena dritta. Lui allora, più curvo e gesticolando, vi rincorrerà…dirà che non sapeva, che ha fatto del suo meglio, che è stata anche sfortuna...
Qualcosa, nel suo goffo scusarsi e giustificarsivi farà compassione.
Vi apparirà vecchio e perduto.
Vi girerete allora verso di lui e lo abbraccerete, stretto...
I.P. Stoican "Vita e storie di Rafael Nadal", Madrid 2004
Essere finalmente riusciti, dopo anni di aspirazione, di ascesi senza limiti, di sofferenza, a cadere nell'Estasi.
Essere riusciti ad avvicinare la Luce e il Trono Divini, l'Unità sostanziale.
VEDERE infine l'Impensabile, nel Suo Infinito e nella Sua Gloria.
E dire: ...'mbè?
Emilio Foia "Gli impagabili" Scheiwiller Milano 2002
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